TOMMY TEDONE

Salario minimo “promosso” dal tribunale di Bari, la Cgil invita a prenderne atto

“La sentenza della Sezione Lavoro del Tribunale di Bari numero 2720, sul diritto a un salario adeguato che consenta al lavoratore di non vivere una condizione di povertà e di garantire a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa – come da articolo 36 della Costituzione -, dispositivo che richiama una recente sentenza della Cassazione in tema di salario minimo, segnala un ritardo della politica rispetto a un tema che – soprattutto a fronte della crescita dell’inflazione e dei costi energetici – ha prodotto un ulteriore impoverimento dei lavoratori e una forte erosione dei redditi”. È quanto affermano i segretari generali della Cgil Puglia, Gigia Bucci, e della Camera del Lavoro metropolitana di Bari, Domenico Ficco, a commento della decisione del giudice del 13 ottobre scorso che ha ritenuto inadeguata la retribuzione di un lavoratore inquadrato con un contratto di lavoro del settore vigilanza e servizi fiduciari, e che ha condannato il datore di lavoro ad applicare un altro inquadramento e un altro trattamento retributivo.

“La decisione pilatesca di affidare al Cnel una decisione sul salario minimo che è tutta politica – sottolineano Bucci e Ficco – snaturando anche la funzione di luogo di confronto terzo di quella sede, investe ancor più il sindacato di una responsabilità di rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro che deve passare attraverso un forte azione rivendicativa sul salario minimo che non può essere lasciato alla sola via giudiziale, assieme proseguendo e rilanciando come imperativo l’impegno con le controparti datoriali per un rinnovo dei contratti che traguardi l’aumento del potere d’acquisto dei salari, in Italia in saldo negativo negli ultimi trent’anni a fronte di una crescita anche del 30 per cento in Paesi come Germania e Francia”.

È evidente, ricordano i due dirigenti del sindacato dal quadrato rosso, “come proprio gli ultimi 30 anni hanno visto in Italia il dispiegamento di politiche neoliberiste che hanno prodotto un attacco costante ai diritti, portando alla frammentazione del mondo del lavoro e alla sua estrema precarizzazione. Sono le cause che assieme all’intermittenza lavorativa – rapporti a termine, stagionalità, tutte le altre forme atipiche, assieme alla prevalenza soprattutto al Sud di settori a basso valore aggiunto e di un mai superato fenomeno del sommerso – hanno prodotto povertà salariale in un Paese che invece urgente bisogno di intervenire per la riduzione delle disuguaglianze retributive con una convergenza sociale verso l’alto”.

Sono tutte ragioni che spingono la Cgil “a proporre un approccio complessivo al tema del salario adeguato, che definisca un minimo dentro la contrattazione e assieme intervenendo sul tema della rappresentatività delle organizzazioni sindacali ai fini della contrattazione collettiva, per dare ad essa efficacia generale. Già nel 2015 la Cgil – ricordano Bucci e Ficco – ha raccolto oltre un milione e mezzo di firme per un disegno di legge di iniziativa popolare per una nuova Carta dei Diritti con all’interno anche proposte in ordine alla rappresentanza”.

“Vogliamo un salario minimo che porti con se tutti i diritti contrattuali correlati. Vi è un’urgenza di intervenire sul sostegno ai redditi da lavoro e pensioni che sfugge solo a queste destre al Governo. Senza, sarà inevitabile una contrazione della spesa interna che non sosterrà di certo una ripresa economica e sociale del Paese. Non bastano i bonus una tantum mentre si dispiegano politiche che aggravano differenze territoriali e sociali, non si può pensare a sostenere il lavoro mentre si aggrava il ricordo ai rapporti a termine e si reintroduce la frontiera più avanzata del lavoro povero e precario quali sono i voucher. Non si può parlare di sviluppo – concludono i segretari della Cgil Puglia e della Camera del Lavoro metropolitana di Bari – senza un disegno organico di politiche industriali, che sostengano innovazione, crescita dimensione, sostenibilità sociale e ambientale, in grado di attrarre lavoro qualificato. Le ragioni che ci spingono – dopo la straordinaria manifestazione del 7 ottobre a Roma, a proseguire nella nostra mobilitazione, per unire sempre più il mondo del lavoro, per contrastare povertà emergenti e spingere alla coesione territoriale e sociale, per costruire – a partire dal lavoro, dalla buona occupazione – un futuro di vera crescita per il Paese e i nostri territori”.