TOMMY TEDONE

Nuovi guai per la messa in sicurezza del porto commerciale di Molfetta: tre misure cautelari

Nuovi punti interrogativi per i lavori di “messa in sicurezza” del nuovo porto commerciale di Molfetta. Il rappresentante legale della società fornitrice di materiale lapideo è stato sottoposto agli arresti domiciliari, del direttore operativo dell’ufficio della direzione dei lavori e di un dirigente dell’Ente locale responsabile del procedimento, per i quali è scattata la sospensione dall’esercizio di pubblici uffici e servizi unitamente al divieto temporaneo di esercitare l’attività professionale per il tempo massimo consentito dalla legge.

Con la medesima ordinanza è stato, altresì, disposto nei confronti di due società (fornitrice e subappaltatrice del materiale lapideo) e del rappresentane legale di una di esse il sequestro, funzionale alla confisca, del profitto dei reati contestati, quantificato, complessivamente in euro 250 mila, eseguito su beni e disponibilità finanziarie.

Inoltre, il Giudice per le Indagini Preliminari ha disposto il sequestro impeditivo delle aziende e delle quote societarie delle suindicate società il cui attivo patrimoniale complessivo è stato stimato in circa 10 milioni di euro.

I reati contestati sono: artt. 356 (Frode nelle pubbliche forniture) e 640 comma 2, n. 1 c.p. (Truffa); art. 256 commi 1 e 2 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (gestione illecita di rifiuti); art. 5, comma 1, lett. a), art. 6 comma 1, art. 24 (in relazione all’art. 356 c.p.) e art. 25 undecies (in relazione all’art. 256 D.Lgs. n. 152/06) del D.Lgs. n. 231/01 (responsabilità dell’ente per Illecito amministrativo dipendente da reato).

L’odierno provvedimento costituisce l’epilogo di una complessa ed articolata indagine di polizia giudiziaria, effettuata dalla Compagnia di Molfetta, avviata nell’ottobre del 2021, attraverso l’esecuzione di appostamenti, pedinamenti, intercettazioni telefoniche, l’installazione di numerose telecamere e l’analisi della copiosa documentazione acquisita, acquisita presso il cantiere nel febbraio 2022.

L’inchiesta ha messo in luce un collaudato sistema di frode nell’ambito dell’opera di completamento del molo di sopraflutto (“diga a gettata per proteggere il bacino portuale, consistente nella posa di più strati in blocchi, naturali o artificiali. I materiali richiesti dovevano essere chimicamente inalterabili e meccanicamente resistenti, compatti e con un elevato peso specifico, come desumibile dal Capitolato Speciale di Appalto ed era prevista la fornitura e posa in opera di circa 106 tonnellate di materiale da cava, dei quali circa il 60% costituito da tout venant necessario per la costruzione del nucleo e il restante 40% da massi in scogliera”).

In particolare, è stato accertato che anziché fornire il materiale previsto dal capitolato speciale d’appalto, è stato utilizzato anche attraverso l’ausilio di documenti di trasporto falsi, materiale riveniente da scavi eseguiti su terreni privati, materiale vegetale nonché materiale di dubbia provenienza, incluso materiale qualificato nella ordinanza cautelare (anche sulla base degli esiti di specifica consulenza tecnica) come rifiuto speciale.

Il materiale illecitamente impiegato sarebbe pari a circa 40 mila tonnellate.

Le investigazioni hanno consentito di acquisire gravi indizi, sulla base dei quali sono state iscritte, nel registro degli indagati, complessivamente, nove persone fisiche (tra le quali, oltre i destinatari dell’ordinanza, il direttore dei lavori, il direttore del cantiere ed il capocantiere) e le suindicate società, prive di un modello di organizzazione idoneo a prevenire la commissione di reati, previsto dal decreto legislativo n. 231/2001 (accertamento compiuto nella fase delle indagini preliminari che necessita della successiva verifica processuale nel contraddittorio con la difesa).

Numerosi gli elementi probatori (anche video) acquisiti che hanno finora consentito di ritenere le operazioni di carico dei materiali non conformi sui camion e il loro conferimento all’interno del cantiere del nuovo porto. Così come, ulteriore conferma è stata acquisita dalle conversazioni telefoniche intercettate: “… le intercettazioni telefoniche hanno, altresì, documentato il conferimento di “terra”, materiale non conforme al capitolato: in alcuni casi è stato mischiato materiale roccioso con “terra”, in altri, addirittura, è stata fornita solo “terra”…” come si legge nell’ordinanza cautelare e decreto di sequestro disposti dal GIP, il quale ancora scrive “…sin dalle prime conversazioni intercettate, emerge che oltre al tout – venant (il materiale conforme al capitolato) viene trasportato qualcosa di diverso …” e in ultimo osserva che “…le forniture in eccesso di materiale non conforme, ormai note a tutti gli indagati, provocavano lamentele…” a tal punto, che gli indagati in riferimento all’eccesso di materiale roccioso evidenziavano il colore rosso dello specchio d’acqua limitrofo ai lavori.

Ulteriori frasi indiziarie sono state captate all’atto dell’accesso al cantiere da parte dei finanzieri. In particolare, mentre era in corso l’acquisizione documentale della Guardia di Finanza, gli indagati si adoperavano, fattivamente, per cercare di occultare le prove che potevano condurre alle loro responsabilità.