TOMMY TEDONE

Escalation di estorsioni ed usura ad Andria, cinque persone fermate

L’escalation di violenza registrata dagli inquirenti è stata tale da richiedere l’adozione di urgenti provvedimenti cautelari in ragione del gravissimo pericolo di protrazione delle condotte illecite, ritenendo sussistenti le esigenze cautelari ed il pericolo di fuga. Personale del Servizio Centrale Operativo – Sezione Investigativa di Bari e delle Squadre Mobili di Barletta Andria Trani e Bari, ha eseguito ad Andria il Decreto di fermo di persona indiziata di delitto emesso il 28 settembre dalla Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di 5 persone, per le quali vengono riconosciuti gravi indizi di colpevolezza, a vario titolo ed in concorso, per i reati di estorsione – nella forma consumata e tentata – ed usura, aggravati dal metodo mafioso, nonché detenzione illegale e porto in luogo pubblico di pistola.

Tra i destinatari del Decreto di fermo figurano soggetti ritenuti elementi di vertice del clan Pesce/Pistillo di Andria. L’indagine è stata condotta dagli investigatori del Servizio Centrale Operativo – Sezione Investigativa di Bari e delle Squadra Mobili di Bari e di Barletta Andria Trani, coordinati dalla D.D.A..

I delitti contestati agli indagati costituiscono “solo un primo, assai parziale, spaccato delle reità ascrivibili agli indagati” che, subito dopo la scarcerazione di alcuni di loro avvenuta in epoca relativamente recente, hanno dimostrato una rinnovata potenza criminale propria e del clan di appartenenza.

I prodromi della rinnovata pericolosità dei Pesce erano già emersi nell’ambito dell’inchiesta condotta dalle Squadre Mobili di Bari e di Barletta Andria Trani sul fenomeno dei “sequestri lampo” di persona. Le intercettazioni svolte, infatti, avevano consentito anche di registrare la preoccupazione degli ambienti criminali andriesi, allarmati dal sistema estorsivo avviato nel territorio andriese dal clan Pesce che, nell’ottica di successive dinamiche criminali, era divenuta un’autonoma articolazione rispetto al clan Pistillo, pur mantenendo rapporti non conflittuali; quindi, una “gemmazione” dell’associazione che ha visto congiunti del clan Pesce “automizzarsi” con un proprio sodalizio.

In questo contesto si inseriscono i gravi fatti contestati agli indagati, ovvero, un’estorsione consumata, aggravata dal metodo mafioso, contestata a due degli indagati in concorso tra loro; una ulteriore vicenda estorsiva estrinsecatasi in più condotte che hanno abbracciato anche la fattispecie dell’usura, sempre aggravate dal metodo mafioso, contestate a cinque indagati in concorso tra loro; infine, la detenzione illegale ed il porto in luogo pubblico di pistola, per cui dovranno rispondere due degli indagati, in concorso tra loro.

La prima estorsione contestata è quella commessa ai danni di un appartenente alla Polizia Locale. Quest’ultimo aveva avuto un incidente stradale con uno degli indagati ed in relazione a tale fatto è stato costretto a riparare la macchina dell’indagato, a non denunciare all’assicurazione, subendo comportamenti propri dell’intimidazione mafiosa, in considerazione dello spessore criminale di chi aveva posto in essere tali comportamenti che era noto alla vittima.

Il secondo episodio estorsivo vede come vittime più persone – legate tra loro da vincoli di parentela -, costrette con violenza e minaccia a dover pagare somme di denaro esorbitanti, quindi, con un tasso di interessi usurario, a fronte di un prestito iniziale richiesto da una delle vittime ad alcuni degli indagati.

La dazione di questo prestito è stata seguita da un’impennata di violenza da parte degli indagati, tra cui congiunti del clan Pesce, che hanno preteso ed ottenuto – passando anche alle vie di fatto – il capitale iniziale e un’ulteriore somma di decine di migliaia di euro richiesta senza alcun titolo.

Le vittime hanno dovuto sottostare a queste pretese avanzate con la violenza propria dell’intimidazione mafiosa e, dopo aver pagato, sono state nuovamente oggetto di richiesta di altri soldi. La spregiudicatezza degli appartenenti al clan è emersa in modo evidente dalle indagini, che hanno consentito di accertare anche che gli appartenenti avessero la diponibilità di armi.

È stato infatti registrato che uno degli indagati, con la complicità di altro indagato, abbia minacciato una persona utilizzando una pistola. Quest’ultima non ha subito più gravi conseguenze sol perché la notte in cui è stato minacciato si trovava in compagnia della propria famiglia, per come emerso dalle parole pronunciate – ed intercettate – dall’indagato.

Le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza della forza intimidatrice del clan, che ha determinano un clima di omertà al punto tale che nessuna delle vittime ha denunciato i fatti contestati agli indagati con il Decreto di fermo.